La sua vita così breve suscita un particolare interesse non solo perché è una importante poetessa, ma anche per capire meglio e analizzare il suo tragico vissuto. Nacque a Boston nel 1932 da madre di origine austriaca e padre emigrato tedesco, professore di entomologia a Harvard.
La perdita del padre quando aveva otto anni le procurerà un trauma profondo, come si evince dalla celebre poesia «Daddy», dai toni spietati e violenti dettati probabilmente dal grande dolore dell’assenza. La sua poesia,spesso dolorosa, è espressa in un linguaggio scabro, tagliente, denso di metafore. Fatta eccezione per The Colossus (1962), l’opera poetica della Plath è apparsa postuma. La più importante raccolta di poesie, Ariel, è del 1965. L’unico romanzo, La campana di vetro (The Bell Jar, 1963), è autobiografico. Il volume Diari, ricco di emozioni, Sylvia lo aveva cominciato nel 1950, anno in cui si era iscritta a lettere allo Smith College e aveva tentato per la prima volta il suicidio. In clinica le avevano diagnosticato quel disturbo depressivo/bipolare che l’avrebbe accompagnata per tutta la vita. Cinque anni dopo si laureò e si trasferì all’Università di Cambridge, in Inghilterra, dove avrebbe conosciuto il famoso poeta Ted Hughes che sarebbe diventato suo marito e il padre dei suoi due figli. Il matrimonio durò pochi anni e poco dopo la separazione, avvenuta nel 1963 a Londra, Sylvia si uccise.
Il volume Diari raccoglie parte dei diari che la Plath scrisse tra il 1950 e il 1962 e che furono pubblicati per la prima volta nel 1982.
Nella Prefazione, Ted Hughes scrive: «…. Qui i diari si rivelano diversi da tutti gli altri
suoi scritti, perché è nei diari che lei annota, soltanto per se stessa, la lotta quotidiana con i suoi io conflittuali. Questa è la sua autobiografia, tutt’altro che completa, ma articolata e minuziosa, nella quale si è sforzata di osservarsi onestamente. … la Sylvia Plath che
possiamo indovinare in queste pagine è quanto di più vicino a ciò che lei era davvero. …
S. Plath, da Diari: «La scrittura è un rito religioso, è un ordine… una creazione che non svanisce come una giornata alla macchina da scrivere o in cattedra. La scrittura resta: va sola per il mondo. Tutti la leggono, vi reagiscono come si reagisce a una… filosofia, a una religione, a un fiore…».
«Tulipani»
I tulipani sono troppo eccitabili, qui è inverno.
Guarda com’è tutto bianco, tutto quieto e innevato.
Sto imparando la pace, da me quietamente posando
come posa la luce su questi muri bianchi, questo
[letto, queste mani.
***
Io non sono nessuno; non c’entro con le
[esplosioni.
Ho dato il mio nome e i miei vestiti alle infermiere
e all’anestesista la mia storia e ai chirurghi il mio
[corpo. (…)
***
I tulipani sono troppo rossi, mi fanno male. (…)
E sono infidi: sembrano galleggiare, benché mi tirano
[giù
sconvolgendomi con le loro lingue imprevedute e il
[colore,
dozzina di rossi piombi intorno al mio collo…
«Daddy»
Non servi, non servi più,
o nera scarpa, tu
in cui trent’anni ho vissuto
come un piede, grama e bianca,
trattenendo fiato e starnuto. (…)
Con un morso il cuore mi fende.
Avevo dieci anni che seppellirono te.
A venti cercai di morire
e tornare, tornare a te.
Anche le ossa mi potevano servire.
Nel tuo cuore c’è un palo conficcato.
Ma i paesani ti hanno amato.
Ballano e pestano su te.
Che eri tu l’hanno sempre capito.
Papà, carogna, ho finito.
Le traduzioni delle poesie sono di Giovanni Giudici. Fonti:
Sylvia Plath, Diari, Milano, Adelphi, 1982
L’altro sguardo: antologia delle poetesse del Novecento, a cura di Guido Davico Boninoe Paola Mastrocola, Milano, Mondadori, 2001



