Cesare Pavese nasce nel 1908 a Santo Stefano Belbo, un piccolo centro in provincia di Cuneo, da una famiglia piccolo borghese. Si appassiona sin da giovane alla letteratura americana e si laurea nel 1930 con una tesi sul poeta Walt Whtman. Nel 1932 fa un’ottima traduzione di Moby Dick di Hermann Melville. Poiché non ha la tessera del partito fascista insegna in modo irregolare nelle scuole e soprattutto svolge una impegnativa attività di traduttore dei grandi classici inglesi e americani.
Il suo grande interesse per la letteratura americana, condiviso anche da altri scrittori come Elio Vittorini e Beppe Fenoglio, contribuisce alla nascita e alla diffusione del mito dell’America in Italia negli anni Trenta e Quaranta. Si guardava a questo nuovo mondo cha appariva carico di creatività e di grande energia vitale. Tutti gli scritti di Pavese su questo argomento sono raccolti nel volume La letteratura americana e altri saggi, pubblicato postumo nel 1951. Nel 1936, per le edizioni di «Solaria», esce il suo primo libro di versi, Lavorare stanca, che è pressoché ignorato dalla critica. Il suo linguaggio si orienta verso la poesia narrativa di Whitman, in polemica con il linguaggio scarno e breve dell’ermetismo fiorentino allora dominante. C’è da osservare che il libro non viene notato anche perché Pavese è arrestato e mandato al confino in Calabria. Durante il confino è vittima di una profonda crisi esistenziale e comincia a scrivere Il mestiere di vivere, pubblicato postumo.
Tornato a Torino, dopo una delle tante, cocenti delusioni amorose si mette al lavoro e, insieme ad altri intellettuali, fonda e dirige la casa editrice Einaudi. Dopo l’8 settembre del ‘43 non partecipa alla Resistenza ma vive da sfollato insieme alla sorella nel Monferrato. E qui matura una grave crisi interiore che lo farà sentire per sempre inadeguato rispetto all’impegno che da lui ci si aspettava. Alla Liberazione si stabilisce definitivamente a Torino, dove continua a lavorare per Einaudi.
Fra il ’45 e il ’50 vede crescere la sua fama, mietendo consensi sia della critica sia del pubblico. Pubblica diversi romanzi, ma dopo La luna e i falò si sente esaurito e stanco dal punto di vista intellettuale e deluso sul piano amoroso. Il 26 agosto, in una solitaria camera d’albergo, si uccide ingoiando barbiturici. Esce postuma la raccolta
poetica Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
La poesia «Lavorare stanca», che dà il titolo alla raccolta poetica del 1936, è il soliloquio di un uomo che girovaga per la città deserta senza avere nessuno con cui scambiare una parola: un uomo come tanti, «dalle mani indurite» dal lavoro, oppresso da una solitudine non cercata.
Lavorare stanca
Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.
Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita…….
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Cosí li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla…….
Prima di «Lavorare stanca» 1923-1930
Le tue mani pallide
mi paiono due mistici gigli
fioriti sull’esile stelo,
nero fino al calice,
delle braccia sottili.
E il tuo corpo che traspare profumato
ha una strana luminosità bianca,
immensamente lontana,
un pallore accorato,
fatto di dolore profondo
e di umiltà misteriosa e sublime…
Prima di «Lavorare stanca» 1923-1930
Il fango è nell’aria di pioggia
come tra l’erba del fiume.
Nella penombra le finestre velano
le luci trepidanti d’umidità.
Anche i camini delle fabbriche
ne sono impregnati e sporchi.
L’unico brivido puro
è la freschezza del vento
dalle bagnate lontananze.
Fonti:
Cesare Pavese, Le poesie, Torino, Einaudi, 1998.
Poesie italiane del Novecento, a cura di Anna Mattei, Archimede Edizioni, 1995.



